La sindrome di Hikikomori

hikikomori

È capitato a tutti almeno una volta nella vita di avere una forte delusione e di volersi rifugiare nella propria camera, immaginando di non uscirne più. A volte sentiamo il bisogno di stare da soli, per “prendere fiato” dalle altre persone o per gestire alcune emozioni come rabbia e tristezza in autonomia, senza rendere conto a nessuno, giusto il tempo di riacquistare lucidità ed energie. Tutto ciò dura al massimo qualche ora, dopodiché troviamo la forza di uscire e affrontare nuovamente le difficoltà e i problemi che abbiamo momentaneamente accantonato. 

Purtroppo non va sempre così. Alcuni adolescenti e giovani adulti scelgono di non aprire più la porta della loro camera, se non per ritirare il cibo richiesto o per recarsi velocemente al bagno. Viene da pensare che sia un’eventualità piuttosto rara: chi potrebbe rimanere nella propria stanza ed evitare le altre persone per mesi o addirittura anni?

Secondo le ultime stime quasi un milione di giovani giapponesi vive in queste condizioni.

Vengono chiamati Hikikomori: sono soprattutto primogeniti maschi, provenienti da famiglie della classe media-alta, e hanno scelto di non uscire mai più di casa.

Il fenomeno tuttavia non si limita al solo Giappone: secondo alcuni ricercatori (Teo et al., 2015) questa condizione sta via via prendendo piede anche tra i giovani del resto del mondo, con casi identificati nel resto dell’Asia, in Australia, negli Stati Uniti e in Europa (sì, anche in Italia).

Che cosa significa Hikikomori

Il termine giapponese Hikikomori significa letteralmente “stare in disparte”, deriva nello specifico dai verbi hiku (tirare indietro) e komoru (ritirarsi) ed indica una sindrome sociale che si sta diffondendo in maniera critica e capillare (Moretti, 2010). 

Questa parola, già presente nella lingua giapponese, è stata ripresa nel 1998 dallo psichiatra giapponese Saitō Tamaki, autore del primo libro su questo fenomeno e viene utilizzata per indicare sia la suddetta condizione che la persona che ne soffre. 

Il termine Hikikomori è entrato a far parte del vocabolario italiano nel 2013, quando Lo Zingarelli lo ha inserito tra i neologismi per indicare un particolare fenomeno di isolamento.

Cos’è la sindrome di Hikikomori: sintomi e diagnosi

Ad oggi non esiste una chiara descrizione dell’hikikomori, come esplicitato in una recente review di studi sull’argomento (Tajan, 2015). Questa problematica inoltre non rientra all’interno della categorizzazione psichiatrica internazionale (DSM-5) e non è dunque possibile farne diagnosi.

Nella sua pubblicazione originale del 1998, Saitō ha definito l’Hikikomori come “uno stato di completo ritiro sociale che persiste per almeno sei mesi e che ha un esordio tra i 18 ed i 30 anni”, precisando inoltre che la condizione di isolamento non costituisce il sintomo primario di altri disturbi psichiatrici.

Il Ministero della Salute giapponese (MHLW) ha provato ad esplicitare alcuni sintomi specifici dalla problematica per aiutare i cittadini e gli operatori sanitari a riconoscerne la presenza:

  • Stile di vita strutturato all’interno delle mura domestiche

  • Nessun accesso a contesti esterni. 

  • Nessun interesse verso attività esterne (come frequentare la scuola o avere un lavoro).

  • Durata del ritiro sociale non inferiore ai sei mesi. 

  • Nessuna relazione esterna mantenuta con compagni o colleghi di lavoro. 

  • Non è possibile parlare di Hikikomori qualora sia presente un disturbo psichiatrico di maggiore gravità che possa sovrapporsi ai sintomi di ritiro sociale o altre cause che possano meglio spiegare il ritiro sociale

Proprio per facilitare una diagnosi differenziale rispetto ad altri disturbi, alcuni studiosi hanno proposto di suddividere il fenomeno dell’Hikikomori in due tipologie: 

  1. Hikikomori primario: specifica da attribuire a quelle persone che non presentano altri disturbi psicologici o patologie psichiatriche che spieghi l’auto-reclusione; 

  2. Hikikomori secondario: specifica da attribuire a coloro che sono affetti anche da un’altra patologia (es. depressione, ansia, schizofrenia).

Cosa non è la sindrome di Hikikomori

  • Non è una malattia, come dichiarato dal Ministero della Salute Giapponese nel 2003

  • Non va confusa con i disturbi dello spettro autistico, dove le difficoltà relazionali e comunicative sono presenti già dai primi anni di vita

  • Non è causata da uno stato depressivo (l’isolamento nasce da una scelta, l’abbassamento dell’umore può essere una conseguenza della riduzione dei rinforzi ambientali)

  • Non è determinata semplicemente dalla presenza di fobia sociale o agorafobia

  • Non è sovrascrivibile con una dipendenza da internet; in alcuni casi l’utilizzo di internet rappresenta un fattore positivo in quanto permette ai giovani in isolamento di mantenere un minimo di relazioni sociali.

Come riconoscere un Hikikomori: abitudini e caratteristiche

  • sono spesso adolescenti e giovani adulti (il fenomeno è più diffuso negli anni corrispondenti alla nostra scuola secondaria di secondo grado e all’inizio degli studi universitari, ovvero tra i 15 e i 19 anni);

  • sono soprattutto maschi (la quota femminile è stimata tra il 10% e il 20%);

  • provengono solitamente da famiglie di classe medio-elevata;

  • vivono con uno o entrambi i genitori (studi riportano che solo l’11% vive da solo);

  • hanno spesso una storia di abbandono scolastico;

  • non studiano e non lavorano (salvo i rari casi di “smart working”);

  • passano tutto il loro tempo esclusivamente in una stanza, solitamente la loro camera da letto, cercando di evitare contatti con il mondo esterno;

  • la loro cerchia di amicizie è molto piccola e limitata al mondo del web (nelle forme più gravi l’interazione sociale non è cercata neppure online);

  • presentano spesso alcune fobie tra cui fobia scolastica, agorafobia e automisofobia (paura di sporcarsi);

  • sono soliti pranzare e cenare nella propria stanza grazie alla collaborazione di un genitore che mette un vassoio davanti la porta della loro camera;

  • quando sono autonomi nel procurarsi i viveri, mangiano in orari non abitudinari e senza restrizioni, non preoccupandosi del valore nutrizionale del cibo (fast food, pasti precotti);

  • si recano in bagno con percorsi che, in accordo con i familiari, vengono lasciati il più possibile liberi;

  • presentano un’alterazione dei ritmi circadiani: spesso dormono durante il giorno e stanno svegli durante la notte, leggendo oppure utilizzando diversi dispositivi elettronici (televisione, smartphone, computer, console per videogames, etc);

  • l’igiene personale e dell’ambiente in cui vivono viene trascurata;

  • possono esprimere il disagio attraverso forme di aggressività e scoppi d’ira;

  • possono presentare alcuni sintomi di disturbi psicologici, come depressione e ansia sociale, o tratti associabili ad alcuni disturbi di personalità;

Cause del ritiro sociale in Giappone

Secondo le ultime stime, in Giappone un milione di persone avrebbe deciso di vivere in questo modo (per cogliere meglio la portata del fenomeno, si tratta di un giapponese su 100).

I motivi e le cause che spingono le persone ad autorecludersi e segregarsi nelle proprie case sono molteplici, andiamo a vederli in dettaglio.

Il giappone è una società strutturata in modo rigido e per la popolazione la pressione inizia fin dalla giovane età. Agli studenti viene chiesto di applicarsi costantemente, le scuole hanno un orario più esteso di quelle americane ed europee e quasi la totalità degli studenti passa i pomeriggi in club che propongono attività paragonabili ai nostri doposcuola (juku). Per accedere all’università i neo diplomati devono passare attraverso dei durissimi test d’ammissione (soprannominati jigoku shiken, l’inferno degli esami), per cui si preparano anni e anni prima e che solo la metà supera al primo tentativo.

A questo si aggiunge l’esposizione pubblica delle graduatorie dopo ogni sessione d’esame che porta sentimenti di vergogna e umiliazione agli studenti in fondo alla lista, spingendoli all’ autoreclusione per favorire uno studio mnemonico e ossessivo.

Essere stati vittime di forme gravi di “bullismo scolastico”, una violenza psicologica fatta di pressioni, derisione e forme di abuso ed esclusione dal gruppo, subita da chi non è in grado di competere all’interno del sistema scolastico, costituisce un ulteriore fattore di rischio: Hattori (2005) in una sua ricerca riporta come il 54% dei ragazzi con Hikikomori ricordava di aver subito violenze verbali e fisiche. Il conseguente assenteismo scolastico è spesso la prima manifestazione del comportamento di ritiro ed è spesso un segnale precursore di Hikikomori, attribuito al 69% dei casi osservati (Saito, 1998).

Va inoltre considerato che il Giappone negli ultimi trent’anni non ha avuto una crescita economica come da aspettative, portando molti giovani a mettere in dubbio il senso di un’educazione così dura senza però la garanzia di un lavoro adeguato al termine degli studi.

L’hikikomori rappresenta dunque una risposta al modo in cui è organizzata la società, un rifiuto verso  il conformismo che sta alla base della cultura giapponese.

Infine, è giusto prendere in considerazione le dinamiche familiari: spesso le famiglie giapponesi non riescono a prepare i figli all’indipendenza richiesta dal moderno contesto sociale e d economico (Furlong, 2008). Nei casi presi in considerazione, la madre è risultata essere iperprotettiva, con la tendenza a gestire totalmente la vita del figlio, su cui vengono poste numerose aspettative. Il padre risulta spesso assente: la competitività del mercato costringe gli uomini ad orari estenuanti, obbligandoli a dedicare la loro vita completamente al lavoro. 

La presenza paterna si fa però sentire a livello psicologico: la madre è solita tessere le lodi del marito, apprezzato per il suo successo sociale e lavorativo, contribuendo a creare nella mente del figlio standard molto elevati, con cui il giovane si scontrerà in caso di successive difficoltà.

Come riepilogo, proponiamo un elenco di possibili cause estrapolate dall’articolo della psicologa Moretti (2010):

  • contesto sociale omologante, coartativo e frustrante

  • severità del sistema educativo scolastico giapponese

  • assenza della figura paterna e presenza di una figura materna iperprotettiva

  • forti pressioni psicologiche esercitate da parte dei genitori sui figli

  • timidezza (diffusa soprattutto tra i maschi) e paura degli altri

  • presenza di una forma grave di “bullismo scolastico”

  • prolungato periodo di assenza da scuola (primo segnale di abbandono scolastico)

  • visione negativa della società e rifiuto verso il conformismo

Hikikomori in Italia

Secondo le ultime stime (non ufficiali) in Italia 100.000 persone si troverebbero in questa condizione. Questi dati non vanno confusi con quelli relativi ai NEET (Not in education, employment or training), i giovani italiani che non studiano, non lavorano e non seguono nessun percorso di formazione; secondo la rilevazione Istat di ottobre 2019, quest’ultimi superano i 2 milioni in tutta la penisola (fascia d’età di riferimento 15-29 anni).

Crepaldi (2019), fondatore dell’associazione Hikikomori Italia, fornisce una definizione della sindrome in linea con quelle formulate dagli altri ricercatori mondiali: “una pulsione all’isolamento fisico, continuativa nel tempo, che si innesca come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale, tipiche delle società capitalistiche economicamente sviluppate”.

Il fenomeno in Italia assume caratteristiche simili a quelle descritte precedentemente per il Giappone: la maggior parte degli Hikikomori italiani ha un’età compresa tra i 14 e i 25 anni e proviene da famiglie benestanti. Nel nostro paese il fenomeno colpisce maggiormente le ragazze rispetto al contesto asiatico, con un rapporto maschi/femmine che arriva a 70:30. 

Spesso sono i figli unici che hanno subito le elevate aspettative genitoriali o che hanno assistito alla separazione dei genitori ed hanno sviluppato un rapporto di dipendenza nei confronti di uno dei due (spesso la madre), rapporto che non ha permesso loro di sviluppare sufficiente autonomia. Sono giovani intelligenti e sensibili che, ad un certo punto, durante i delicati anni dell’adolescenza (in particolare nella transizione tra scuola media e scuola superiore e tra scuola superiore e università), hanno scelto di ritirarsi e non uscire più dalle loro camere.

Approfondimento: Psicoterapia

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2013). DSM-5. Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: APA.
  • Crepaldi, M. (2019). Hikikomori: i giovani che non escono di casa. Alpes.
  • Furlong, A. (2008). The Japanese hikikomori phenomenon: Acute social withdrawal among young people. The Sociological Review, 56(2), 309-325.
  • Hattori, Y. (2005). Social withdrawal in Japanese youth: A case study of thirty-five Hikikomori clients. Journal of Trauma Practice, 4, 181-201.
  • Moretti, S. (2010). Hikikomori. La solitudine degli adolescenti giapponesi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, 4(3), 41-48.
  • Saito, K. (2010). Guideline of Assessment and Support for Hikikomori. Ministry of Helath, Labour, and Welfare.
    Available online at: http://www. ncgmkohnodai. go. jp/pdf/jidouseishin/22ncgm_hikikomori.pdf.
  • Tajan, N. (2015). Social withdrawal and psychiatry: A comprehensive review of Hikikomori. Neuropsychiatrie de l’Enfance et de l’Adolescence, 63, 324-331.
  • Teo, A. R., Fetters, M. D., Stufflebam, K., Tateno, M., Balhara, Y., Choi, T.Y., & Kato, T. A. (2015). Identification of the hikikomori syndrome of social withdrawal: Psychosocial features and treatment preferences in four countries. International Journal of Social Psychiatry, 61, 64-72.
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