Le paure nei bambini

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La paura è una risposta di allarme nei confronti di stimoli o situazioni che potrebbero arrecarci danno. Tale risposta è composta da reazioni fisiche prodotte dal sistema neuro-vegetativo (per esempio l’aumento del battito cardiaco e la contrazione muscolare), da manifestazioni comportamentali (ad esempio la fuga, o nel caso dei bambini il pianto) e da un vissuto soggettivo (come la rappresentazione del proprio stato emotivo). Queste reazioni, interagenti ma non sovrapponibili, hanno la funzione di difendere l’organismo dalle minacce e non rappresentano di per sé un disturbo (come in genere si crede) ma una risorsa per ognuno di noi. La paura, dunque, è un’ emozione sana ed estremamente utile che ci permette di non soccombere a eventuali pericoli e senza la quale ci saremmo, sicuramente, già estinti. Partendo da questa importante premessa è facile capire come, nei bambini, le paure siano in genere assolutamente naturali e frequenti. Esse, infatti, derivano dalla continua esplorazione della realtà, un mondo tutto sconosciuto e quindi possibile fonte di pericolo.

Durante la crescita si possono vivere ansia e paure di diverso tipo. Le paure nei bambini di due anni sono diverse dalle paure nei bambini di quattro. Così anche le paure nei bambini di sette anni sono diverse da quelle dei bambini di 10 anni o più. Tali emozioni variano al variare delle esperienze con l’ambiente e riflettono, da una parte, l’espressione ontogenetica (che ripropone la filogenesi ossia lo sviluppo evolutivo della specie e quindi anche delle sue paure) e, dall’altra, la crescita dell’individuo e lo sviluppo delle sue capacità di esplorare e conoscere il mondo. Tra le principali paure infantili possiamo citare ad esempio la paura del buio, quella per i temporali, la paura per gli insetti e quella per gli animali. Crescendo e interagendo con sempre più persone il bambino conosce anche la paura dell’estraneo ed incomincia a vivere la paura della separazione. Tutte queste emozioni, compresa anche la paura dei mostri (che sopraggiunge con l’affinarsi delle abilità rappresentative), seppur un po' disagevoli e fastidiose, sono da ritenersi assolutamente normali e passeggere!

La paura nei bambini dovrebbe essere considerata un problema serio quando raggiunge intensità e dimensioni tali da farli soffrire in maniera marcata e/o quando impedisce una vita normale ostacolando la loro maturazione. In questi casi, infatti, l’emozione perde il suo valore protettivo e merita una seria e professionale attenzione. L’intervento più adatto, e che in genere si dovrebbe prescrivere, consiste nel ridurre il più possibile i comportamenti evitanti favorendo quella che viene chiamata esposizione (Southam – Gerow, 2019; Raggi et al., 2018), ossia il ripetuto confronto con ciò che il bambino teme. Per favorire tale strategia i genitori possono fare la differenza. Una totale indifferenza, o meglio uno scarso ascolto empatico possono, infatti, ostacolare un adeguato comportamento espositivo ed il bambino, non sentendosi adeguatamente compreso, tende a rifiutare le raccomandazioni ad esporsi. Ugualmente un’eccessiva iper-protezione rende la realtà eccessivamente angosciante e trasmette la convinzione che il pericolo sia inaffrontabile mantenendo un comportamento evitante. L’adulto dovrebbe, dunque, aiutare il bambino ad esprimere il proprio vissuto e, senza giudicarlo ma dimostrandogli comprensione, dovrebbe spiegargli, con un linguaggio appropriato, che la cosa giusta da fare è affrontare ripetutamente ciò che teme. Sentire di non essere soli, nella lotta contro quanto temuto, è per i piccoli molto importante perché li aiuta a sperimentare la possibilità di esporsi con maggiore sicurezza e senza sentirsi soli. Questo è importante soprattutto nelle prime fasi dell’intervento dove le esposizioni vengono organizzate in maniera un po' più graduata così da aiutare il bambino a familiarizzare con le sue capacità espositive. Successivamente, invece, è consigliabile passare ad un tipo di esposizione più intensa e da soli.  Per esempio, se la paura è quella del buio è possibile inizialmente far restare il bambino in compagnia di qualcuno in un ambiente gradualmente sempre meno illuminato, magari facendogli portare con se un pupazzo, una bambola o un gioco. Una volta sviluppata una certa familiarità con la procedura e anche un adeguato senso di auto-efficacia, il bambino viene invitato ad affrontare il buio per periodi più lunghi e da solo. La sistematica assenza di conseguenze avverse e temute, durante l’esposizione sarà in grado di bloccare la paura grazie allo sviluppo di un nuovo apprendimento inibitorio (Toso et al. 2017; Toso, 2019 in pubblicazione). Frasi come “non avere paura” o “non c’è nulla da temere” sono sconsigliate in quanto ostacolano il nuovo apprendimento che, per formarsi, ha bisogno di aspettative di minaccia elevate e marcati errori di predizione. È consigliato, al contrario, favorire  l’espressione verbale della paura con frasi del tipo “dimmi cosa provi”. Al fine di favorire l’esposizione nei bambini può essere utile anche l’uso di modelli che dimostrano paura ma che affrontano ciò che temono. I genitori, a volte, possono fare da esempi in questo senso. Sempre sfruttando il modellamento, utile risulta essere l’uso di favole, fiabe o racconti dove è possibile identificare e riconoscere le paure dei protagonisti (spesso bambini), ma soprattutto dove sono evidenziate modalità funzionali per superarle. Infine, anche il gioco aiuta. Entrando nel ruolo di un eroe, che affronta le sfide con coraggio, il gioco trasmette al bambino fiducia e presenta in modo ludico strumenti e modelli di comportamento adeguati.

Per concludere, possiamo affermare che, generalmente, le diverse paure dei bambini possono essere considerate tipiche dell’età evolutiva e quindi normali esperienze della crescita. Se alcune paure, però, diventano troppo angoscianti e/o compromettono lo svolgimento delle attività quotidiane, non esitiamo a rivolgerci con fiducia a uno specialista. Anche solo per una consulenza l’esperto saprà tranquillizzarci se giudicherà i timori adeguati all’età o suggerirci le giuste strategie espositive per aiutare efficacemente i nostri bambini.

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Bibliografia

  • Southam – Gerow, M.A. (2019). Exposure therapy with children and adolescent. Guildford Press
  • Raggi, V.L., Samson, J.G., Felton, J.W., Loffredo, H.R., Berghorst, L.H. (2018). Exposure therapy for treating anxiety in children and adolescents. A comprensive guide. New Harbing Publications.
  • Toso, E. (2019). La seconda giovinezza della terapia di esposizione. Nuovo modello concettuale e nuove strategie operative. In pubblicazione.
  • Toso, E. (2017). Massimizzare la terapia di esposizione: un approccio basato sull'apprendimento inibitorio. Cognitivismo Clinico 13 (2), 103 – 133. Tr.it. Craske, M.G., Treanor, M., Conway, C., Zbozinek, T., Vervliet, B. (2014). Maximizing exposure therapy: an inhibitory learning approach. Behaviour Research and Therapy, 50, 10-23.
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