Ridiscutere il 3+2 e riformare il reclutamento dei futuri psicologi

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Ridiscutere il 3+2 e riformare il reclutamento dei futuri psicologi

In un intervento recente ricordavo alcuni dati sconfortanti sulla professione di psicologo, che sono stati diffusi dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi. Segnalavo, in particolare, la relativa facilità di una strettoia al momento dell’abilitazione, come fanno altri Ordini professionali, con gli esami di stato. Ma questo non sarebbe ovviamente che un puro intervento emergenziale, in attesa di soluzioni strutturali a monte e non a valle del percorso formativo.

Quali i nodi da affrontare?

Informazione. La posta elettronica che ricevo è ingombra di proposte commerciali che offrono opportunità di diventare psicologo con poca fatica: università telematiche, università di nazioni vicine, università private e via dicendo. Si sollecita un investimento, non solo economico, da parte di migliaia di giovani e famiglie, oltre che della collettività, che ha poche garanzie di mettere, a sei anni dalla scelta degli studi, nelle condizioni minimali di esercizio e pratica professionale continuativa e dignitosa. Prima o al momento della scelta universitaria, è possibile e doveroso offrire corretta informazione di quali siano le reali prospettive occupazionali e di reddito dell’aspirante psicologo. Esistono certamente canali appropriati.

Programmazione nazionale degli accessi. Urge riconsiderare la necessità di una programmazione nazionale degli accessi ai corsi di laurea, basata sulla esigenza di assicurare un flusso di futuri professionisti in linea con le esigenze del paese e non con desideri velleitari di regioni, sedi universitarie pubbliche e private. Si sentiva l’esigenza di un corso di laurea in psicologia ad Aosta? C’è tanta richiesta di psicologi in Sicilia da giustificare un corso di laurea anche ad Enna?

Abolizione della laurea triennale. Considerando che gli iscritti alla sez. B dell’Albo (quelli con laurea triennale) rappresentano lo 0,28% degli iscritti all’Ordine, si può prendere atto che tale riforma non ha portato nessun giovamento ma solo complicazioni, confusione e decremento alla qualità ed unitarietà dell’iter formativo. Il ritorno al ciclo unico rappresenta una necessità inderogabile per ripristinare una ordinata progressione e un adeguato “core curriculum” degli studi.

Ritorno al ciclo unico. Chi scrive non ha mai amato la riforma che ha introdotto il 3+2 nella formazione di psicologi. Per merito (demerito?) dell’adozione del 3+2, i corsi di primo livello, che erano presenti in 21 sedi nel 2001, oggi sono presenti in 42 sedi (un incremento del 100%!). Quelli di secondo livello sono passati da 5 a 39 sedi (un incremento del 780%!). A tutti questi si aggiungono 9 corsi a distanza (telematici). Il ciclo unico di cinque anni aveva consentito una valida articolazione in un biennio di base unico e in un triennio orientato con quattro diverse titolazioni.  L’introduzione del 3+2  ha portato alla frammentazione dei corsi anche in orizzontale, segmentando la disciplina in decine di corsi di laurea dalle più svariate denominazioni. Oggi troviamo ben 54 diverse titolazioni della laurea magistrale! Chi ha analizzato i contenuti sottostanti, al di là delle denominazioni generiche di facciata, ha concluso che i contenuti comuni tra le diverse sedi e/o lauree specialistiche non vanno al di là di un 10%. Se una laurea e una professione si dovesse basare su un 10% di discipline comuni, non vi sarebbe motivo di fare distinzione tra agronomi, biologi, medici e veterinari. Tanto meno tra astronomi, ingegneri, economisti e statistici, giacché condividono tutti ampi fondamenti comuni di matematica.

Sono passati i tempi in cui studiare un po’ di psicologia era un fatto culturale accessorio a questa o quella professione: insegnanti, medici, assistenti sociali, magistrati  e via dicendo. Oggi studiare psicologia sbocca in una professione specifica e non dimentichiamo che questa professione è oggi una professione sanitaria, con tutte le responsabilità che ciò comporta.

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